Danny Yxilon presenta il suo album appena uscito che si chiama “Viridelia”

Evrapress Magazine

Attualità, Moda, Eventi, Sport nel mondo

Music

Danny Yxilon presenta il suo album appena uscito che si chiama “Viridelia”

Disponibile dal 25 settembre 2026, su tutte le piattaforme musicali, “Viridelia”, l’album di esordio di Danny Yxilon, label Myxilon Studios Production, produzione di Danny LeVan-Cicchetti, Patrizio D’Andrea, Massimo Di Muro, Simone Sitta.

L’artista ha risposto ad alcune domande.

Come si origina una tua song? Ce lo puoi raccontare?

L’origine è quasi sempre al pianoforte. Prima viene l’armonia, il disegno degli accordi. Poi la melodia e già in quella fase cerco di capire se quella linea chieda una voce o preferisca restare strumentale. L’arrangiamento, invece, lo lascio all’istinto. Sperimento, sovrappongo, stratifico, faccio entrare motivi che si muovono nel tempo, ma senza perdere di vista una forma riconoscibile: strofa, ritornello, bridge. Il pianoforte tende a rimanere il centro, spesso trattato con delay e riverberi studiati brano per brano, quasi come una firma acustica. Intorno si costruisce il resto: sintetizzatori, archi, arpe, strumenti meno canonici. Quando entra la voce, la registro e poi mi diverto in post-produzione, lavorandola con vocoder, correzione intonativa e strumenti di intelligenza artificiale. Solo quando la demo è chiara, equilibrata e coesa passo il testimone ai collaboratori per equalizzazione e mastering, restando comunque a supervisionare. Alcuni elementi devono suonare predominanti e potenti; altri, volutamente, restano morbidi e nascosti.

Come è il tuo rapporto con la scrittura?

Il rapporto con la scrittura è solido. Ci sono periodi in cui l’ispirazione si fa più rada, ma non ho mai conosciuto un vero blocco dello scrittore. Ho scritto per artisti molto diversi tra loro, con estetiche e intenzioni lontane dalle mie, e questo mi ha abituato a essere camaleontico: produttivo anche quando la voce per cui scrivo non coincide con ciò a cui sono più incline. Mi è capitato persino di scrivere hip-hop, dove ogni sillaba, ogni assonanza, ogni snodo del fraseggio conta per colpire già al primo ascolto. Nella scena indie italiana, soprattutto durante la pandemia, tanti giovani lavoravano tra trap e hip-hop, e scrivere per loro è stata una gavetta preziosa prima del pop più puro, in cui la frase può farsi più poetica, la metrica più distesa e la melodia torna al centro. Scrivo da così tanto tempo che, anche nei giorni meno travolgenti, qualcosa di discretamente efficace mi viene ancora con naturalezza.

La tua musica è spesso piena di immagini cinematografiche. E la tua musica non fa
eccezione….lascio a te la parola…

Credo di avere una componente sinestetica piuttosto marcata. Ne parlo anche nel testo di Vibrisse. Per me è spontaneo legare colori a suoni, armonie a texture tattili, sapori a strumenti. Il passaggio dal sonoro al visivo non è un salto: è quasi un riflesso. Quando un brano è denso di metafore e di significati, il contesto visivo diventa inevitabilmente cinematografico. Con Viridelia questa tendenza si è spinta più in là del solito: ho costruito un universo visivo intorno ai brani, mescolando il ritratto medievale al glitch dell’era digitale. Forse è per questo che mi sento particolarmente nel mio elemento quando mi commissionano musiche per cortometraggi o documentari. In quei casi so già quale palette sonora può valorizzare l’immagine, amplificarla e farla respirare.

Come coesistono diversi generi nella tua musica?

In modo ibrido, ma non forzato. Prima ancora di pensare per generi, cerco di dare forma a una contraddizione che sento mia: la convivenza di aggressività e fragilità. Emozioni in apparenza opposte che, messe insieme, possono diventare coerenti proprio perché ossimoriche. Una rabbia delicata, una vulnerabilità maestosa, un commuoversi dentro il cinismo. Sono tensioni che vivo spesso, forse anche per un retaggio culturale sfaccettato, e provo a tradurle in musica: beat dance accanto a pianoforti riverberati, come in Mirage, o violoncelli struggenti intrecciati ad arpeggi futuristici, come in Syndrome. La contaminazione non arriva dopo come un ornamento. Spesso è l’idea da cui il brano nasce: ibrido fin dall’inizio, e poi sempre più complesso, ma coeso. O almeno questa è l’intenzione. Se dovessi dirlo in termini storici, il pop discende dal jazz più che dalla musica classica ed essendo cresciuto tra pianoforte classico e pop, ho sempre cercato il punto in cui questi due mondi possono collidere senza che il matrimonio sembri una forzatura, ma una soluzione omogenea. Un po’ come essere naturalmente italiani, americani e slavi al tempo stesso. Se ci si nasce in primis la domanda sul come far convivere questi retaggi tra loro non me la pongo nemmeno.

Quali sono stati i punti salienti nel tuo percorso musicale?

Il premio per Nana Nera di Kometa è stato significativo perché fu il primo brano in cui curai di mia iniziativa sia la scrittura che l’arrangiamento, impedendo ad altre persone di intervenire e ultimando tutta la canzone nell’arco di una nottata particolarmente ispirata. Il fatto di essere stato premiato per quel brano specifico mi diede una botta di autostima pazzesca e mi fece capire che per avere una carriera solida avevo bisogno di credere più in me stesso e di prendere le redini del controllo creativo più spesso. Il passaggio decisivo quasi contemporaneamente è stato smettere di essere soltanto un ghostwriter e cominciare a comparire nei crediti. Per molto tempo, quando artisti già affermati si affidavano a autori emergenti, il credito pubblico non veniva concesso. Dopo la pandemia qualcosa è cambiato: sempre più ghostwriter hanno chiesto, e ottenuto, di essere nominati esplicitamente nei brani scritti o coprodotti. L’altro snodo è stata la fondazione di Myxilon Studios Production, l’etichetta indipendente che ho fondato con soci fidati. È diventata un laboratorio sempre più radicato nella scena indie italiana, in particolare a Roma, e un luogo in cui coltivare voci nuove. Da lì, attraverso il networking, gli altri traguardi sono arrivati quasi da sé.

Cosa c’è nel futuro di Danny Yxilon?

Tanta musica, e tante collaborazioni. Sto scrivendo per due artisti molto interessanti coinvolti in Una Voce Per Sanremo, ancora in attesa del debutto ufficiale che dovrebbe avvenire nel 2027. Uno di loro, Davide, ha una scrittura poetica vicina a quelle influenze di musica medievale sinfonica che si sentono chiaramente in alcuni brani di Viridelia. Parallelamente bolle in pentola un progetto con Erica Occhionero, con cui condivido l’idea di una fusione tra arti e scienze dentro un’esibizione a trecentosessanta gradi. Stiamo pensando a format come Tu sì que vales e Italia’s Got Talent, in cui la musica dal vivo si intreccia alla danza aerea, e il pianoforte diventa anche oggetto coreografico. I video di accompagnamento mescolerebbero intelligenza artificiale e software matematici con artigianato e pittura fatta a mano. Inoltre l’anno prossimo tornerò a rappresentare la categoria musicisti per il Performer Cup, dopo l’esperienza molto positiva che ho avuto l’anno scorso. In un futuro più remoto sogno anche di scrivere un musical originale tutto mio, dove vorrei curare non solo le musiche ma anche coreografie, scenografie e storyboard. Intanto comincio a immaginare il prossimo album. Viridelia è solo il primo. Anche il successivo, probabilmente, inizierà con la V. Ma sarà un mondo completamente diverso.

Link per l’ascolto di Viridelia:

Spotify: https://open.spotify.com/album/4Ts4kfmnkKk2GGmCxPIYWe

YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=nt3uqimt9kA&list=PLH1BmhzMgbAGw5QCjKRty7RV6HpANTZzH

Redazione Author
Sorry! The Author has not filled his profile.
×
Redazione Author
Sorry! The Author has not filled his profile.
Latest Posts

Comment here