I Love Ghost pubblicano il loro decimo album e lo intitolano “Thirteen”. Da questo, intimo e struggente lavoro, estraggono due singoli: “Into the Woods” e “Something in the Water”, due scarne e incisive murder ballads che mettono a nudo l’anima più cupa della band capeggiata da Finnegan Bell.
C’è un momento, nel singolo “Into the woods”, in cui il bosco smette di essere paesaggio e diventa “tribunale”. I Love Ghost non ci entrano per perdersi, come nelle favole. Ci entrano per commettere un omicidio simbolico, e l’angelo che sanguina tra le foglie non è un altro se non la parte di sé che ancora credeva di potersi salvare.
“Into the Woods” è costruita come una confessione resa a denti stretti, con la chitarra acustica che graffia invece di accarezzare. Il grunge qui non è citazione di genere, è postura morale. È il suono di una coscienza che ha smesso di chiedere scusa in modo educato e ha iniziato a ruggire.
Il lirismo di Finnegan Bell lavora per sottrazione e per ustione. Frasi come “I ruin good things before that they can ever leave” segnano una poetica dell’auto-sabotaggio preventivo, quel cinismo dei fragili che preferiscono demolire il Tempio piuttosto che attendere il terremoto. Non è nichilismo da vetrina, è chirurgia senza anestesia.
La colpa, nel secondo verso, non diluisce con la distanza; impara a mimetizzarsi, a mettersi il vestito buono della quotidianità, per poi ripresentarsi puntuale ogni volta che piove. E quando piove, i rami tornano a spezzarsi.
La vera grandezza del pezzo sta nel suo ritornello scarno, che suona quasi come un epitaffio: “Somewhere between home and nowhere I became what they warned me about”. Pochi versi che sono una cartografia esistenziale. Non c’è più una casa, non c’è ancora un oblio. C’è solo quella terra di mezzo, fangosa e liminale, dove si compie la metamorfosi che gli altri avevano profetizzato.
L’artista non si ribella all’etichetta infamante, la indossa come un cappotto bagnato… pesante.
Nel bridge il cielo appare livido, “ammaccato”, come se avesse appena incassato anche lui la sua dose di pugni. È il momento in cui la metafora meteorologica smette di essere figura retorica e diventa empatia cosmica. Il paesaggio comprende il narratore perché ha perso senso anche lui.
“Into the Woods” è un brano per chi non cerca redenzione. Non offre catarsi. Ci lascia con un sangue che, sotto le foglie, continua a compitare un nome.
E quel nome, lo capiamo alla fine, è il nostro.
Se “Into the Woods” è un delitto nel bosco, “Something in the Water” è l’autopsia del fiume che ha nutrito quel bosco. I Love Ghost smettono di correre e fanno la cosa più difficile: restano immersi, in apnea, ad ascoltare le voci che gorgogliano sotto la superficie.
Il brano si apre con un gesto di resa che è già una dichiarazione poetica: trattenere il fiato sotto il pelo dell’acqua! Non per purificarsi, ma perché l’aria, fuori, è diventata irrespirabile. Quello che riemerge non sono ricordi, sono detriti.
Corpi sommersi che la corrente, magnanima e crudele, riporta a riva nonostante i nostri tentativi di dimenticanza.
Qui la scrittura di Finnegan Bell tocca un nervo scoperto, quasi antropologico. L’acqua non è più elemento, è eredità ancestrale. È un liquido amniotico avvelenato, dove il dolore non si trasmette per insegnamento ma per osmosi.
“Before I had a name, the current knew mine” è un verso di una potenza biblica, che rovescia ogni illusione di libero arbitrio. Il destino, in questa provincia dell’anima, ti battezza prima che tu impari a nuotare.
Musicalmente, il pezzo è un’elegia che si annega da sola. L’acustica è scabra, come una cisterna vuota, e il ritornello, “Fade away into the black and blue”, gioca magnificamente sull’ambiguità cromatica: il blu dell’acqua, il blu dei lividi. Il nero della profondità, il nero dell’occhio pesto.
Svanire non è un gesto romantico, è l’unica forma di coerenza rimasta quando l’appartenenza pesa come un macigno legato alla caviglia. Il bridge, sussurrato come una preghiera capovolta (“Pull me under”) non invoca la salvezza, invoca la gravità.
È il momento in cui il protagonista smette di lottare contro la marea familiare e si lascia risucchiare, riconoscendo che certa acqua non si beve: ti abita!
La band di Los Angeles firma così una ballata fluviale gotica, dove l’America non è una bandiera, ma un fondale melmoso. E noi, ascoltatori, restiamo lì, sulla riva, con il fiato sospeso, a guardare le bolle salire.
Link per il video di “Into the Woods”: https://www.youtube.com/watch?v=UpEzZSOWGgU
Link streaming: https://open.spotify.com/intl-it/album/7mM6vj3gxyh171vHci95S3







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